..ai piedi di quel monte piegato ad arco riposano le Sue vestigia, mai da quel Borgo si é allontanato il burgus che sovrasta il paese arcuato, un incantesimo sibillino pare dominare quelle prete, esseri non comuni abitano nelle montagne dedite al pascolo dei capri, acqua e sangue sgorgano dalle sue rocce leggendarie, in tanti sono alla ricerca di quel qualcuno che li troverà presto...
Qual'è la differenza tra l'intelligente e il furbo? L'intelligente sa che il furbo vive di "ignoranza conviviale" ed ingenuità, il furbo invece non sa che l'intelligente sa...
18 febbraio 2025
07 febbraio 2025
05 febbraio 2025
Riforma..."Torio"..
..al vertice senza "punti di fusione" anche se la "luce" ha come conseguenza il suo "oscuramento"..
02 febbraio 2025
Psicogeno o "psicomane"?
..chissà, forse sono solo un mitomane con la testa da mente-catto che sogna credendo realisticamente alla fantasia, uno psicolabile che vive nella convinzione di essere "autore" delle proprie "idee" e che queste siano frutto della propria intelligenza, chissà, se la psicologia potrà distogliermi dalle mie false verità, chissà..
01 febbraio 2025
Profonda Mente: uno ha tradito, ricordi?
Erano undici o dodici gli apostoli ai quali è apparso il Risorto?Nel versetto 5 cp. 15 di I Corinti si parla di «Gesù... apparso a Cefa e quindi ai Dodici». Vorrei una spiegazione teologica: perché si parla di dodici Apostoli e non di undici come erano in realtà? Giuda Iscariota non c’era più e ancora non era stato eletto Mattia a sostituirlo. In altri documenti, vedi Atti 1,13 ci sono anche i nomi degli undici (non dodici) Apostoli. In Lc 24,9 ugualmente si citano gli undici e così via.
Elena
Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà Teologica e docente di Teologia biblica
«Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me…» (1 Cor 15,3-8).
Il testo cui la domanda si riferisce, tratto dalla prima lettera di Paolo alla comunità di Corinto, contiene una delle più antiche confessioni di fede sulla risurrezione di Gesù, come troviamo anche in Rom 1,3-4: «il Vangelo … riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore».
Entrambi i testi riferiscono uno stadio della tradizione precedente all’apostolo, come lui stesso dichiara espressamente: «Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1 Cor 15,3), e riguardo all’Eucaristia: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane...» (1 Cor 11,23). I verbi che qui sono usati («trasmettere» - «ricevere») richiamano quelli usati nella tradizione rabbinica, quando un maestro consegnava oralmente al suo discepolo ciò che egli sapeva per via di un’analoga trasmissione.
Quanto all’insegnamento sulla risurrezione, ci si è interrogati se originariamente non fosse addirittura formulato nella lingua aramaica, o direttamente in quella greca, così come Paolo lo accoglie nel suo scritto, facendolo proprio. L’ipotesi migliore sembra la seconda, e ci riporta alla chiesa di Antiochia, in cui Paolo è presente dagli inizi degli anni 40 dell’era cristiana. La formula, tuttavia, è certamente più antica: si può dire che risale fino al decennio precedente, praticamente all’indomani della stessa risurrezione di Gesù.
La frase è costituita da quattro verbi: «morì», «fu sepolto», «è risuscitato il terzo giorno», «apparve», ma solo il primo e il terzo sono fondamentali nell’annuncio. Gli altri due verbi sono le conseguenze del centro dell’avvenimento: «Colui che è morto è stato risuscitato». E soprattutto, la sua morte è avvenuta «per i nostri peccati», come compimento delle Scritture (affermato due volte!).
Quanto alle manifestazioni del Risorto, ossia i momenti in cui i discepoli percepiscono l’avvenuta novità di vita, operata su Gesù, esse sono consegnate alla nostra fede. La lettrice giustamente avverte la difficoltà di interpretare il fatto che, mentre in 1 Corinzi si parla di «Dodici», di fatto dopo la risurrezione i discepoli sono soltanto undici, come affermano il vangelo di Luca e il libro degli Atti. Così leggiamo che le donne ritornate dal sepolcro «annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri» (Lc 24,9), e i due discepoli di Emmaus «partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro» (Lc 24,33). Così Mattia «fu associato agli undici apostoli» (At 1,26), i cui nomi sappiamo dalla lista di At 1,13.
Per la verità, questo particolare non sembra importante nelle manifestazioni di Gesù raccontate nel vangelo di Giovanni (Gv 20,18.19.26). Si parla solo di alcuni «discepoli» nell’episodio del mare di Galilea (cf. Gv 21,1-2.14). C’è però un dettaglio, che potrebbe far luce sull’intera questione: quando parla di Tommaso, il Vangelo di Giovanni dice: «uno dei Dodici, chiamato Dìdimo» (Gv 20,24; cf. 20,26; 21,2), senza preoccuparsi della sorte di Giuda dopo la passione.
Si può allora affermare che, anche nella lettera ai Corinzi, il numero Dodici, abbia un contenuto che va oltre il significato indicato dalla semplice cifra. Per essere precisi, in alcune tradizioni testuali della lettera di Paolo (dal V secolo in poi), i copisti tentarono di armonizzare l’apparente incoerenza, sostituendo «dodici» con «undici», ma senza reale necessità. Infatti, il numero Dodici indica qualcosa che richiama la scelta di Gesù, dal «valore ideale e quasi sacrale, intoccabile» (R. Penna): per cui prima si parla di Pietro da solo («apparve a Cefa») e quindi dei «Dodici». http://www.novena.it/il_teologo_risponde/teologo_risponde_33.htm
27 gennaio 2025
"La Sicilia di Poussin"..
..l'ombra dell'Arcadia fra gli "accademici Pastori" sembra stagliarsi fra le immagini del dipinto ma lo scritto si manifesta proprio attraverso di esse..
La valenza delle gesta..
..al servizio di Dio nel progetto universale che coinvolge il destino del Suo popolo e dell'umanità intera; la sua tenacia nel portare avanti la sua missione, lo porta a "vivere" la morte in quel di Dachau.. "Esiliato" dai suoi stessi superiori, isolato dalla "sapienza" comune di quel tempo, Giovanni Palatucci riesce a vincere l'umana ritrosia di sottrarsi al proprio dovere di cittadino del mondo. Un Poliziotto contro la più grande ingiustizia messa in essere dall'uomo sulla terra. Beati sono coloro che hanno "saggiato" il suo aiuto. 20 gennaio 2025
ET IN ARCADIA EGO

"Egli ed io discutemmo certe cose, che con comodo potrò spiegarvi in dettaglio. Cose che vi daranno, tramite Monsieur Poussin, vantaggi quali persino i Re stenterebbero grandemente a ottenere da lui e che, secondo la sua opinione, forse nessun altro riscoprirà mai più nei secoli futuri." Ecco una parte della lettera che un certo abate Louis Fouquet, inviò da Roma al fratello in Francia nel 1656, sovrintendente alle finanze del Re Luigi XIV. Nessuno è stato in grado di svelarne il significato. Si sa solo che il sovrano confiscò tutta la corrispondenza e fece incarcerare a vita il destinatario. A proposito, poi fece di tutto per acquisire una copia del quadro "I pastori dell'arcadia" di Nicolas Poussin.(Da Internet)
10 gennaio 2025
28 dicembre 2024
19 dicembre 2024
Ultimo, é..
.."posto" il problema, occorre una "risoluzione", namasté con mudra o "Particella regale"..
12 dicembre 2024
Il piacere della vita... (Post già pubblicato il 12 novembre 2009)

“L’origine del mondo”, il celebre quadro di Gustave Courbet (1819-1877) conservato al Museo d’Orsay di Parigi, rappresenterebbe il ventre di Eva, madre di tutti gli uomini. Questa è l’interpretazione che Thierry Savatier, storico dell’arte francese, ha dato nel suo libro “Courbet e l’origine del mondo. Storia di un quadro scandaloso”, dopo circa un decennio di studi. Certo, dopo tanti anni di ricerca forse ci si aspettava di più, ma tant’è, così son fatti alcuni studiosi. L’origine e la storia del quadro sono abbastanza avvincenti: fu realizzato nel 1866, ma allora fu considerato scandaloso. Non che mancassero le rappresentazioni di nudi nei quadri del tempo, ma Courbet aveva scelto una prospettiva piuttosto esplicita, dove i dettagli non mancavano. Da subito ci si interrogò su chi fosse la proprietaria di siffatto ventre, e pare che l’artista si sia ispirato a una foto di una giovinetta francese che frequentava. Pensando a Eva? Chissà… Il quadro circolò in diverse gallerie finché, dopo molte peripezie, capitò nelle mani dello psicoanalista Jacques Lacan, che, data la sua professione, probabilmente riusciva a vedere nel quadro ben più di quello che veniva rappresentato…
08 dicembre 2024
02 dicembre 2024
Il verso dell'orizzonte...
Con questa distinzion prendi 'l mio detto; e così puote star con quel che credi del primo padre e del nostro Diletto. E questo ti sia sempre piombo a' piedi, per farti mover lento com'uom lasso e al sì e al no che tu non vedi: ché quelli è tra li stolti bene a basso, che sanza distinzione afferma e nega ne l'un così come ne l'altro passo; perch'elli 'ncontra che più volte piega l'oppinion corrente in falsa parte, e poi l'affetto l'intelletto lega. Onde, se ciò ch'io dissi e questo note, regal prudenza è quel vedere impari in che lo stral di mia intenzion percuote; e se al "surse" drizzi li occhi chiari, vedrai aver solamente respetto ai regi, che son molti, e' buon son rari. Divina Commedia - Paradiso, Canto XIII, Versi 109-120;103-108
22 novembre 2024
Sefarditi illustri..
..la Famiglia Levi-Montalcini al completo. La piccola Rita, l'ultima in basso a destra al fianco della sorella gemella, é stata "raccontata" così da Primo Levi: "una volontà indomita e un piglio di Principessa". - תודה ריטה -
20 novembre 2024
08 ottobre 2024
07 ottobre 2024
12 settembre 2024
07 settembre 2024
Il tempo delle "meridiane"..
«Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e a la sua bontate più conformato, e quel ch'e' più apprezza, fu de la volontà la libertate; di che le creature intelligenti, e tutte e sole, fuoro e son dotate. Or ti parrà, se tu quinci argomenti, l'alto valor del voto, s'è sì fatto che Dio consenta quando tu consenti; ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto, vittima fassi di questo tesoro, tal quale io dico; e fassi col suo atto. Dunque che render puossi per ristoro? Se credi bene usar quel c'hai offerto, di maltolletto vuo' far buon lavoro. Tu se' ormai del maggior punto certo; ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto, convienti ancor sedere un poco a mensa, però che 'l cibo rigido c'hai preso, richiede ancora aiuto a tua dispensa. Apri la mente a quel ch'io ti paleso e fermalvi entro; ché non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso. D. C. - Paradiso, Canto V, Versi 19 -4204 settembre 2024
30 agosto 2024
21 agosto 2024
Chi sono "io"..
03 agosto 2024
Il saio francescano.. (Post del 2011)
..Sembra non credere la povera casa, piccole finestre che paiono occhi sbalorditi, l'espressione ha dell'attonito e dell'incredulo. Il portale, come una bocca spalancata si unisce al suo frontale. Per arrivare alla sua soglia una salita, pochi bassi gradoni che ricordano vagamente il calvario. Forse ella si chiede: sono o non sono una Chiesa? Ma dov'è la mia Croce? Già, la Croce del Cristo, il simbolo della Chiesa. Ogni santa casa ne ha una. L'ingenuità, si sa, non è altro che il riflesso della purezza. Forse ella non sa di essere vera proprio per il suo abito che non sa di Chiesa. All'interno si scorgono lignei altari e sotto l'occhio attento di San carlo un telo di lino che raffigura, non la Croce ma colui che l'ha vissuta. E' l'icona delle sofferenze patite dal risorto che se ne sta umilmente in un lato come se fosse una di troppo... Borgo (Arquata del Tronto)
Location: Italy Comunanza (AP)
63043 Arquata del Tronto AP, Italia
21 luglio 2024
18 luglio 2024
16 luglio 2024
11 giugno 2024
"Consapevolezza"...
Sappi riconoscere te stesso, in silenzio, sia nelle onde di uno tsunami che nella potente forza di un tornado, sia nella pace che nella ricchezza, cosi potrai vedere con chiarezza la tua essenza vitale, tanto poderosa quanto ferma nel non cedere alle "percezioni" momentanee al di la di qualsiasi pensiero, oltre ogni sentimento, oltre te stesso... (M.S.)
04 giugno 2024
17 maggio 2024
15 aprile 2024
07 aprile 2024
Verità e menzogna, una chiave di lettura... (Post già pubblicato il 27/11/2010)
Il problema della verità in filosofia parte in primo luogo dalla forma del testo stesso. Il tipo di testo è determinante, e nel caso in cui si faccia ricorso a immagini e metafore nell’argomentazione si esce dalla logica comunemente intesa. È determinante porsi il problema se la scrittura sia solamente un mezzo oppure se essa stessa crei la filosofia; sono importanti anche le strategie testuali, e non soltanto quello che emerge direttamente all’attenzione del lettore. Il testo filosofico è stato codificato spesso secondo un canone (dal greco Kanon – è il bastone che indica la via, ma è anche il bastone dell’autorità) che ne ha determinato le forme più comuni: trattato e dialogo platonico. Tuttavia sono emerse differenti forme di testo filosofico non aderenti al canone, come ad esempio il saggio o l’aforisma. Il fatto che con Kant, Hegel e Wittgenstein si pensi che la filosofia non appartenga ad un genere letterario è un errore, poiché la filosofia è nonostante tutto un discorso codificato, e quindi è pur sempre letteratura. Il Trattato di Wittgenstein, che si vuole un testo assolutamente oggettivo, in realtà rivela un grande studio retorico, un forte impegno nella costruzione del testo, al quale l’autore intese dare un aspetto “oggettivo” appunto. Ma questo artificio è pur sempre una scelta letteraria fatta dall’autore stesso. Nietzsche disse che ogni testualità non è che una rappresentazione, non c’è corrispondenza con le cose in sé, ma è l’uomo a scegliere e a nominare quello che è il vero. Nel testo del 1873 intitolato Su verità e menzogna fuori del senso morale (nella traduzione Adelphi è tradotto con in senso extramorale, ma è una sfumatura che a mio avviso rende meno chiaro quel che Nietzsche vuole dirci) il filosofo tedesco muove da un assunto hegeliano che separa rigidamente verità e finzione (cioè metafora e poesia) con l’intenzione di dimostrare che in realtà quella che comunemente viene chiamata verità altro non è che una grande costruzione retorica e artificiosa, di cui però si è dimenticata la natura illusoria. Il testo in questione si apre quasi come un racconto, ed effettivamente tutto il testo sembra un racconto, la storia di come l’uomo inventò la conoscenza per garantirsi la sopravvivenza in un mondo ostile e come attraverso essa abbia separato verità e menzogna. Nietzsche sferra un attacco alla comune concezione antropocentrica del mondo che eleva l’uomo a misura di tutte le cose, e dice che in realtà «ci furono eternità, in cui esso non c’era; e quando sarà finito di nuovo, non sarà successo nulla.». La figura dell’uomo riacquista il posto che realmente le compete nel mondo e perde l’unicità del punto di vista assegnatole, poiché, afferma Nietzsche, anche una formica si pone al centro del suo mondo e secondo la propria prospettiva lo misura: come si può ritenere una delle due prospettive – quella dell’uomo o quella dell’insetto – più vera dell’altra? La superbia dell’uomo sulle cose lo porta a sopravvalutare la coscienza ed il proprio intelletto; questo, «che è uno strumento di conservazione dell’individuo, dispiega le sue forze maggiori nella finzione; perché questa è il mezzo, attraverso cui si conservano gli individui più deboli, i poco robusti, come coloro ai quali è interdetto condurre una lotta per l’esistenza con corna o con morsi aguzzi di animali da preda. Nell’uomo quest’arte della finzione giunge al suo apice». Lo scrivere di Nietzsche, come si può notare, ha un incedere incalzante, pone il lettore davanti a brevi frasi che non lasciano spazio a dubbi; già in questo breve testo emergono temi che verranno sviluppati in scritti successivi. Ma ancora l’uomo non è giunto a stabilire cosa siano verità e menzogna, questa necessità sorge dalla debolezza dell’uomo e dalla volontà di fuoriuscire da una condizione di conflitto di tutti contro tutti, combattuto per far prevalere la propria verità. La verità è un impulso che spinge gli uomini ad un accordo, «viene inventata una designazione delle cose uniformemente valida e vincolante nel mentre la legislazione del linguaggio offre altresì le prime leggi della verità; si istituisce dunque qui per la prima volta il contrasto tra verità e menzogna […] Gli uomini poi non fuggono tanto l’essere ingannati, quanto l’essere danneggiati dall’inganno.» L’uomo infatti «desidera della verità le conseguenze piacevoli, quelle che conservano la vita, di fronte alla conoscenza pura, senza conseguenze, è indifferente, di fronte alle verità tanto dannose e distruttive ha un atteggiamento finanche ostile». Ciò che però l’uomo chiama “verità” è una scelta arbitraria, che niente ha a che vedere con un’autentica verità; l’uomo attua delle delimitazioni arbitrarie e ciò che risulta dalla sua comprensione diviene dunque menzogna, falsità, negazione della verità. Ma perché, chiede Nietzsche, se l’uomo è così proteso alla verità, esistono tante e diversissime lingue? Insomma la verità, per come viene intesa e studiata, non ha nulla a che vedere con l’essenza delle cose. Scriverà Jünger: «L’umanità adora troppi dèi, in ogni dio la verità si manifesta in una forma particolare». E dunque, se ciò che siamo soliti chiamare “verità” mostra tutta la sua fragilità nella pretesa dell’uomo di porsi quale punto di vista privilegiato ed unico, quale solo metro di misurazione sulla molteplicità della natura e della vita, cos’è allora la verità? “Verità”, afferma Nietzsche, è un esercito di metonimie, metafore, antropomorfismi a tal punto e così a lungo retoricamente impreziosito da divenire credenza consolidata e scontata nei rapporti umani, «le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato, che sono tali; metafore, che sono state abusate e private della forza di senso; monete, che hanno perduto la loro effige e che pertanto vengono considerate metallo e non più monete». Sorge pertanto la necessità di mentire, di tenere viva la verità stabilita allo scopo di conservare l’esistenza; questa menzogna finisce nella dimenticanza e la convenzione stabilita diviene nel tempo la sola verità morale e razionale da rispettare: morale è allora l’uomo veritiero, il mentitore è chi, contro la morale comune, dice il falso e nega la verità riconosciuta, egli è perciò immorale. Nonostante Nietzsche riconosca il notevole sforzo compiuto dall’uomo di costruirsi una verità praticamente sul nulla di fondamenti instabili, edificando da sé coi concetti diversamente da quello che fanno le api con la cera, fornita loro dalla natura, è però costretto ad ammettere che non esiste “il vero in sé” indipendente dall’uomo, «il ricercatore di verità cerca in fondo soltanto la metamorfosi del mondo nell’uomo; egli lotta per la comprensione del mondo come di una cosa a dimensione umana e nel migliore dei casi consegue il sentimento di un’assimilazione.[…] così un tale ricercatore considera il mondo intero intrecciato all’uomo, come l’eco infinitamente interrotta di un suono originario dell’uomo, come la copia moltiplicata di un’unica immagine originaria, dell’uomo. Il suo procedimento è di ritenere l’uomo misura di tutte le cose». Il fatto che le metafore che costituiscono la verità vengano indurite e si irrigidiscano non significa che esse siano necessarie e conclusive, semmai ne dimostra la dimenticanza di cui sopra e la degenerazione: non c’è metro di osservazione oggettivo, non si può parlare di leggi di natura poiché in natura non vi è alcuna regolarità razionale e ciò che noi chiamiamo leggi di natura sono soltanto relazioni con altre leggi, che a loro volta sono relazioni. «Tutte le misure normative, che ci s’impongono nel corso degli astri e dei processi chimici, in fondo coincidono con ogni proprietà che noi stessi immettiamo nelle cose, così che ce le imponiamo noi stessi». Quando Gentile disse che non si scopre nessuna verità, ma essa dev’essere costruita, creata, si inseriva dunque pienamente nel solco della nietzscheana volontà di potenza e della trasmutazione di tutti i valori. La seconda sezione di questo breve ma “martellante” saggio si apre sotto il segno luminoso ed eterno della Grecia classica, coi suoi miti e la sua dimensione di sogno e stupore del mondo; se il linguaggio crea i concetti e le astrazioni che fanno la verità di metafore morte, è il mito che invece rasserena e ritempra pienamente l’intelletto umano e l’intuizione creatrice: «la parola non è fatta per queste cose [le astrazioni], l’uomo, se le vede ammutolisce, o parla in metafore sonoramente vietate ed in accostamenti di concetti inauditi, per essere creativamente conforme all’impressione delle potenti intuizioni attuali, distruggendo e schernendo almeno i vecchi limiti concettuali». http://www.centrostudilaruna.it/nietzscheverita.html
01 marzo 2024
16 febbraio 2024
01 dicembre 2023
La prigione delle mie "paure" é nella testa altrui..
..chi ha impresse nella testa le "mie idee" non capirà mai come esse si siano "stampate" nella loro mente e chi crede di non averle é perchè "mente" su ciò che non sa... ... "Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, né in se stesso, né intorno a sé".
(Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)
21 novembre 2023
Trascorsi di tempo..
..A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire..
D.C. - Inferno, Canto I, Versi 121 - 123
D.C. - Inferno, Canto I, Versi 121 - 123
08 novembre 2023
"Leggere leggere"...
"Leggere metafore"..
..“Dicono che prima di entrare in mare Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano. "Khalil Gibran"
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